Quasi un bambino

ottomesi

Sono passati già otto mesi dall’ultimo appunto del padredifamiglia. In otto mesi si fa quasi un bambino. In otto mesi succedono cose, oppure no, non ne succedono, ma i bambini diventano grandi, diventano altri, diversi. È una splendida giornata di sole, ilpadredifamiglia uscirà a metà del pomeriggio e andrà a prendere Tommaso all’asilo. Al ritorno lui vorrà salire in spalla, andare a prendere un gelato (cioccolato e qualcosaltro, per poi mangiare soltanto il cioccolato e lasciare al padredifamiglia il qualcosaltro) forse, poi, vorrà fermarsi al parco o magari tornare presto a casa. Lo osserverò giocare con il Lego, lui piccolo maestro di simmetria e di variantistica. A tavola farà penare per mangiare, e Olivia lo guarderà dalla sua seggiola, con il suo muso da quasi duenne. Maturerà nella sua ostinazione. Poi leggeremo un libro ed andrà a letto. Una diversa giornata come tante, che il sonno chiude con la sua monotonia.

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Il bambino sulla spiaggia cerca il mare

Il bambino che si avvicina all’acqua muove passi titubanti. La guarda, la assaggia con i piedi, torna indietro. Di spalle ne ascolta il rumore, quando frange sulla sabbia, poi si volta, fa un passo, scappa di nuovo. Cos’ha pensato il primo uomo giunto a vedere il mare? Conosceva l’acqua, i fiumi, i laghi, la pioggia, ma il mare? Il mare è un confine e un passaggio. Navigare necesse est, dicevano i romani: è necessario, quasi obbligatorio, ma fa paura. Il mare fa paura. Visto dalla spiaggia e, ancor più, visto dal mare. Come Antoine Doinel nel finale dei 400 colpi, il bambino sulla spiaggia cerca il mare, lo sfiora e si ritrae. Il primo uomo che uscendo dal cuore dell’Africa scorse l’oceano che cosa pensò? Cosa pensa il bambino? Öd und leer das Meer, deserto e vuoto il mare.

deserto e vuoto

Il bambino dalle uova d’oro

I bambini sulla spiaggia ripetono gesti ancestrali. Il padredifamiglia li osserva come un etnologo, un antropologo, un entomologo, finito per caso su un’isola dispersa. Scavano buche. Raccolgono relitti tra la rena – bastoncini, pietre colorate, oggetti di natura imprecisata – li accumulano. Disegnano cerchi, o tentano di farlo, piantano pali. Lentamente si vedono sorgere piccole Stonehenge – la Stonehenge più antica era fatta di pali di legno, pare – costruzioni a perdere, che i flutti disperdono. Un palo più alto e grosso degli altri, conficcato nella sabbia, ricorda l’Irminsul dei germani o l’Yggdrasill delle saghe scandinave. Simboli di una religione arcaica, fatta di cose lanciate in aria, spirali, graffiti imperscrutabili. Mappe d’uomo lasciate a maturare.

Bambino uova d'oro

Piccolo Romolo

Il padredifamiglia guarda i bambini giocare sulla spiaggia e si chiede se mitologi e studiosi di epica abbiano mai fatto quello che sta facendo lui. Nei gesti dei bambini ci sono i gesti di altre epoche, i gesti degli eroi, i gesti dei fondatori di città. Il padredifamiglia guarda Tommaso che raccoglie un bastone, lo impugna come una bacchetta magica e traccia sulla sabbia i contorni di una città. È il gesto di cui parla Tito Livio, il gesto fatto da Romolo quando definì i confini di Roma. E non è un’illusione, non è una deformazione degli occhi di padre, perché subito il bastone viene impugnato in maniera differente, da bacchetta geometrica si trasforma in scettro, e lo scettro è un’arma, l’arma con cui Romolo colpì Remo, che aveva attraversato impunemente i confini tracciati dal fratello. In nuce siamo tutti costruttori di città. E distruttori delle città altrui.

romolo

Montemarcello

Il merlo saltava dal prato alla siepe. Quando scuciva le tasche dei cappotti, trovava piccole schegge di sogni. Le rimetteva insieme, creando minuscole pagnotte colorate, e le mangiava: a volte tinte nel latte, a volte no. Non conosceva il significato delle fragole e neanche quello dei porcospini azzurri, ma dalla porta usciva in scarpe gialle e sotto il becco portava un quattrino, in caso gli chiedessero gabella. Del sole conosceva i coni d’ombra, l’oscurità, le nuvole spesse che si fissavano sopra il campanile, il cubo grigio dell’albergo diroccato o il panorama di luci all’orizzonte, oltre l’acqua pesante del golfo. Se la luce del faro era spenta, non gli riusciva di vedere l’isola. Allora si orientava con il vento, con la falena appiccicata al muro e con il suono lamentoso dei grilli o quello ipnotico delle cicale verdi. Sostava all’ingresso dei misteri del vicolo e udiva di riflesso il duplice fondale: di là quello del fiume, qua del mare.

montemarcello

D-day

Ilpadredifamiglia legge i nomi. Juno, Sword, Gold: quelli più belli se li scelsero gli inglesi. Agli americani restarono Utah e Omaha. Quando all’alba del 6 giugno raggiunsero le spiagge, molti di loro sapevano che non avrebbero mai visto non la sera, ma nemmeno il mezzogiorno, nemmeno le dieci del mattino di quel giorno maledetto e benedetto. Nessuno li obbligava a fare quello che stavano per fare. Alcuni erano uomini, altri solo ragazzi. Impiegati, facchini, orologiai, studenti, panettieri, anche disoccupati. Americani, inglesi, canadesi. A spingerli non era il desiderio di difendere una patria, che spesso era lontana. A spingerli era un’idea: fare a pezzi Adolf Hitler. Ci riuscirono. Erano eroi, in che modo chiamarli altrimenti?

dday

Per grazia ricevuta

Erano i quattro colonnelli della commedia all’italiana: Sordi, Gassman, Tognazzi e Manfredi. Lavoravano assieme poche volte, al massimo in coppia, ma quando lo facevano erano capolavori: I mostri, Io la conoscevo bene, Riusciranno i nostri eroi…, C’eravamo tanto amati.  Ilpadredifamiglia li ha amati tutti e quattro, ma per un motivo che non sa spiegare quello che forse ha amato di più è stato Manfredi. O forse si, lo può spiegare. Il motivo è in un film. Mare. Un cinema all’aperto. Un’estate di quarant’anni fa. Ilpadredifamiglia ha otto anni, suo fratello tredici, la mamma poco più di quaranta. Il film è Per grazia ricevuta. Potrebbe dire che non ricorda altro. Ma non è vero. Ricorda il farmacista anarchico. La processione. L’amante della zia che si finge sant’Eusebio. Il furgoncino carico di mutande e reggiseni. I bambini che spiano sotto le sottane delle contadine. Eppure nessuno di questi è il ricordo che cerca. Deve essercene un altro. Uno segreto. Uno più profondo. Un ricordo che, non sa in che maniera, gli ha fatto amare per sempre Nino Manfredi. Nino è morto dieci anni fa, il 4 giugno del 2004. Era l’ultimo rimasto dei quattro colonnelli. Perché ilpadredifamiglia lo amava? Boh, «una paroletta semplice, magari dialettale, che nun vorrà di’ gnente, ma che potrebbe esse pure minacciosa». Boh. Una conclusione ambigua, ma aperta.

Nino-Manfredi-Per-grazia-ricevuta

 

Tommaso al Giro d’Italia

Ieri mattina ilpadredifamiglia ha portato Tommaso a vedere il passaggio del Giro d’Italia. C’era anche il nonno. Facevano 143 anni in totale e se considerate che Tommaso di anni ne ha tre potete calcolare l’età degli altri due (almeno in media). Il Giro è un rito ancestrale, andare a guardare il passaggio del Giro lo è ancora di più. Aspettare i corridori insegna la pazienza, il rispetto per il tempo, la tranquillità (o l’agitazione), l’amore per l’osservazione e la chiacchiera inutile, la perdita di tempo: «C’è qualcuno in fuga?», «Che media faranno?», «Oggi arrivano in salita». Il Giro d’Italia è uno spettacolo per vecchi. Prima passa una macchina, poi un poliziotto, poi una moto con un uomo armato di lavagna. Tutti a distanza di minuti. Alla fine i corridori. A passare ci impiegano un attimo, massimo due. Come i piccioni davanti alla panchina della piazza. Li hai aspettati per mezz’ora, tre quarti d’ora, forse di più. È il Giro d’Italia. È la vita.

giro

Culodritto e culodritto

Ilpadredifamiglia ogni tanto ci pensa. Avere i loro occhi, vedere quel che vedono, sentire con le loro orecchie, il loro naso. Pensare come loro. Sognare, forse. I due piccoli culidrittti hanno tre anni e un anno. Tre anni e un anno vuol dire niente, vuol dire piccolissimi, vuol dire avere ancora bisogno di ogni cosa. Ma vuol dire anche sapere già tutto, vedere tutto, aver annusato quasi tutto (le cose importanti, quelle che ti ricorderai). Allora ilpadredifamiglia pensa se sta facendo bene quel che deve fare. E non risponde (non si risponde), perché non sa rispondere. Aspetterà, vedrà, sentirà. Intanto guarda i due culidritti e pensa che, sì, sono belli.

culodritto

Olivia, un anno e il labirinto

Funziona così, che i giorni vanno via uno dopo l’altro e, alla fine, i bambini hanno un anno. Anche quell’anno era un dieci di maggio. Le tre del mattino ed Olivia – ilpadredifamiglia lo ricorda, nonostante la vecchiaia che avanza – decide che di acqua ne ha abbastanza e vuol venire ad assaggiare un po’ di terra, di aria, di fuoco. Per uscire non chiede permesso. Spande sul materasso una cataratta d’acqua e dopo qualche ora esce sorridendo dalla tana che si era scavata in fondo al prenatale labirinto. Il filo d’Arianna la segue. Non serve più, lo possono tagliare. Sei nata quasi con addosso la camicia. Adesso sei lì, in piedi. Che cosa guardi, nel segreto delle mani, non mi è riuscito, ancora, di scoprirlo. Probabilmente non lo scoprirò.

unannoolivia