Montemarcello

Il merlo saltava dal prato alla siepe. Quando scuciva le tasche dei cappotti, trovava piccole schegge di sogni. Le rimetteva insieme, creando minuscole pagnotte colorate, e le mangiava: a volte tinte nel latte, a volte no. Non conosceva il significato delle fragole e neanche quello dei porcospini azzurri, ma dalla porta usciva in scarpe gialle e sotto il becco portava un quattrino, in caso gli chiedessero gabella. Del sole conosceva i coni d’ombra, l’oscurità, le nuvole spesse che si fissavano sopra il campanile, il cubo grigio dell’albergo diroccato o il panorama di luci all’orizzonte, oltre l’acqua pesante del golfo. Se la luce del faro era spenta, non gli riusciva di vedere l’isola. Allora si orientava con il vento, con la falena appiccicata al muro e con il suono lamentoso dei grilli o quello ipnotico delle cicale verdi. Sostava all’ingresso dei misteri del vicolo e udiva di riflesso il duplice fondale: di là quello del fiume, qua del mare.

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